Se guardi bene puoi toccarmi il cuore

Un anno fa di questi tempi entravo per la prima volta in un teatro spogliandomi della veste di spettatrice (anche abbastanza ignorante) e vestendo i panni di una poco timida e alquanto perspicace ragazza che metteva per la prima volta il piede su un palcoscenico.

Sfrontatezza e irrequietezza mi hanno condotto a scendere in campo e provare a mettermi di nuovo in gioco davanti a una decina di sconosciuti (poi diventati amici) una serata di metà settimana, con i pensieri e le fatiche della giornata ad aspettarmi dietro la porta.

Improvvisazione, finzione, realtà e verità si mescolano insieme quando posi il tuo piede su quelle assi di legno davanti ad una silenzioziosa e sorniona platea che prima o poi però sai già, si farà materia. Tu non esisti più o meglio, ti trasformi. Tiri fuori i mostri che ti porti dentro, li dai un peso ed una forma specifica, li fai vivere per poterli conoscere e impari a conviverci.

Scopri altri lati di te, cose che pensavi non esistessero ma che invece ti porti dentro forse fin da quando hai emesso il primo vagito su questa terra, o forse fin dalla prima volta che hai respirato il profumo del mare.

Ed è così che ho aggiunto un’altra passione alla mia vita, un’altra cosa per cui vale la pena provarci, per cui è bello svegliarsi al mattino, anche se per un solo giorno alla settimana e pensare di voler arrivare a sera per poter provare ancora a liberarti di te stessa, a metterti per un attimo da parte e a diventare qualcos’altro, che nemmeno tu sai.

Per chi decide di lavorare col corpo, con la voce e con la propria faccia, stare “nudi” di fronte ad uno spettatore, scegliendosi un personaggio e dandogli in prestito i propri tratti, dovrebbe essere qualcosa che col tempo diventa naturale, quasi come pettinarsi i capelli dopo la doccia.

Stasera però è capitata una cosa strana, un semplice esercizio ha reso completamente trasparente il mio corpo e la mia testa lasciando li, ben visibile agli occhi di tutti un cuore che sembrava spento. Non bisognava fare molto, soltanto essere in piedi davanti ad un uomo e dirgli due semplici parole “Ti Amo”. Ci ho provato, per ben due volte. E per ben due volte la difficoltà ha depredato voce e corpo e tutta quella mia sfrontatezza di entrare in personaggi cosi diversi e lontani da me sembrava essersi dissolta nel nulla.

“T’ho beccato, ho scoperto il tuo punto debole!”, ecco cosa ha esclamato Alessandro, il mio nuovo insegnante alla fine della lezione. E io l’ho guardato a testa bassa, dandogli ragione, che è proprio questo cuore che fa fatica, seppur si tratti di finzione. Sarà che lui indossa col sorriso lo stesso nome della persona che mi ha insegnato che cosa vuol dire amare, sarà che l’amore so farlo prima di tutto con le parole, con le mie poesie scritte di fretta alla stazione, sarà che non c’erano degli occhi col mare dentro e il vento tra i capelli dall’altra parte del mio viso ad aspettare quelle parole.

Ed è in questo sentirsi trasparente a volte, che faccio fatica a starci. E’ in questo essere libro aperto per pochi che sanno afferrare un cuore, che chiedo solo mani leggere che possano riscaldarlo, senza scivolare via ma facendo entrare la vita dentro.

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La metà di uno

Si cresce tacendo, chiudendo gli occhi ogni tanto, si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone.
Erri De Luca

Non ho mai amato giocare coi lego, non sono brava ad incastrare i pezzi uguali. A me piacciono le cose che potrebbero combaciare, ma forse non possono. Mi piacciono le forme irregolari, quelle che sfuggono dal mero controllo di ogni logica, quelle che non gestisci, non governi, le accetti e forse le ami perchè sono così. Mi dicono che sono pazza e che certe cose me le scelgo, sarà. Ma non mi piacciono gli uguali che s’attraggono, perchè per me vince sempre la matematica, nonostante coi numeri non c’abbia mai legato.

Non mi sono mai piaciuti i castelli di carte, troppo fragili per resistere al mio amico Vento. Piuttosto trascorrevo il mio tempo costruendone di meravigliosi fatti di sabbia e sale, insieme a qualsiasi altra cosa il mare avesse da offrirmi. Ricordo ancora il secchiello e le palette della Walt Disney, un regalo così bello e importante che ogni volta che torna l’estate spero sempre di poter rivedere tra le borse e i teli del mare che ogni anno papà riporta alla luce del sole dopo il lungo inverno. Amo la sabbia, la sua consistenza, il suo sgretolarsi ma allo stesso tempo il restare unita e compatta grazie all’acqua. Amo il suo restare ferma quando il vento soffia forte, il suo attaccarsi alla pelle senza lasciarti andare via, il suo lasciare tracce per perderti mai.

Tutto questo per dire che non ho mai fatto fatica a costruire, ho sempre saputo quali strumenti e di quale materiale avrei voluto fosse fatta la mia vita. Libri, tanti. Parole, troppe. Sorrisi, mai abbastanza. Amici, veri. Amore, unico. Certezze le chiamano e sono ancora qui, lo sento, sedimentate da strati di nebbia, quella tra un po’ tornerà ad abitare le strade di questa città che non sarà mai casa mia, che mi fa sentire topo in trappola nelle sue viscere che non riconoscerò mai come mie.

Ora i lavori nel cantiere della mia vita sono fermi. Sento piccoli ingegneri correre all’impazzata per cercare una soluzione: bisogna arginare la falda acquifera dei sentimenti passati, dei sensi di colpa e dei rimpianti, far si che ritorni sotto terra dove non sia di pericolo alle nuove fondamenta; bisogna rinsaldare i pilastri col cemento armato delle cose che non vanno come dovrebbero, far si che tengano le continue scosse telluriche del cuore; ma soprattutto c’è bisogno di un nuovo piano, di un terrazzo con vista sui sogni e di un ascensore in grado di catapultarti all’ultimo piano di questo enorme grattacielo ogni volta che avrai bisogno di respirare aria di sogni buoni, ogni volta che la tua testa vorrà assaggiare il profumo di una nuvola con un morso.

Ma so già che la verità, insegna sempre che bisogna essere interi per ricostruirsi e che per poter di nuovo ascoltare il respiro del mare, bisogna solo trovare il coraggio di crescere stringendosi così forte da non lasciarsi frantumare in mille pezzi.

My beautiful picture

 

 

L’importanza di saper tornare

Per quanto un albero possa diventare alto, le sue foglie, cadendo, ritorneranno sempre alle radici.

Entro in casa e la trovo decisamente più in disordine di quello che ricordavo, forse perché alla partenza non ci fai caso e non pensi al ritorno, pensi a raggiungere un altro posto da chiamare Casa. Mi rendo conto di aver lasciato sul tavolo anche la tovaglietta a righe bianche e blu che uso sempre per tutti i pasti della giornata, accompagnata dal porta zucchero in ceramica bianca quasi a ricordarmi un appuntamento di cui difficilmente posso dimenticarmi: quello con la mia routine. A far da sfondo le bollette da pagare, l’assicurazione dell’automobile da rinnovare e i documenti da archiviare: tutto inevitabilmente mi ricorda la mia naturale avversione all’ordine della burocrazia, ma anche questo significa diventar grandi.

Guardo poi le pareti e penso che dovrei cambiare la disposizione dei quadri, forse andare all’Ikea a comprare un mobile, o meglio, una Billy per contenere tutte le parole di cui mi circondo e che sono diventate le mie più fedeli coinquiline in questo piccolo bilocale. Getto uno sguardo al letto le cui lenzuola sono ovviamente da cambiare. Sorrido, solo io conosco il perchè ma lo taccio anche a me stessa, forse. Ricordi.

Non ho voglia di pensare perciò svuoto la valigia, sistemo uno per uno i vestiti nell’armadio e mi rendo conto di quanti abiti in più sono riuscita a portare con me anche questa volta, anche in questo viaggio, senza mai usarne uno. Abiti belli, eleganti e accompagnati da tacchi vertiginosi in vernice rossa o zeppe che si trasformano in trampoli. Ma come sempre va a finire che è il mare che sceglie per me: indosso abiti comodi e freschi, coi capelli asciugati al sole e niente trucco sulla pelle perchè a colorarla ci pensano il sole e la salsedine. Solo loro infatti, mi regalano quei piccoli momenti di assoluta libertà e mi consentono di essere Elisabetta, senza filtro, al naturale con tutti i suoi piccoli difetti della pelle ma forse con uno sguardo più sereno.

Il mese prossimo festeggerò i miei primi 10 anni di questi lunghi viaggi lungo la spina dorsale del Paese. Ma nonostante il tempo che passa, questi ritorni solitari iniziano a pesarmi sempre più, soprattutto adesso.
Mi pesa staccare la pelle dall’acqua salata, dal sole che finisce la sua corsa giornaliera inzuppandosi nell’acqua.
Mi pesano i saluti e i “mo quando ci vediamo?“.
Mi pesa tornare in un posto che a distanza di più di un anno e mezzo non riesco ancora a chiamare casa.
Mi pesa la valigia da svuotare, i bikini super colorati ancora impregnati dall’odore della salsedine da riporre nel cassetto.
Mi pesa allontanarmi da casa di mia nonna, ferma in quello spazio temporale con tutti i suoi oggetti che sono sempre gli stessi da che ne ho memoria, persino la loro posizione è immutata nel tempo. Mi pesa guardarla e trovarla sempre più curva e silenziosa sui suoi anni.

E allora cosa faccio? Trattengo tutto. Porto ogni cosa con me, senza lasciare nulla come sempre, perchè lo so, non sono brava in questo. La mia valigia ha la forma delle mie mani, le curve dei miei capelli, il sorriso delle mie labbra né troppo carnose né troppo sottili, ma anche dei miei denti imperfetti e dei miei piedi abbronzati. Faccio scorte di quella semplicità che ogni giorno vedo allontanarsi sempre più, dei “ti voglio bene” detti quasi per scherzo, dei caffè ad ogni ora con gli amici, dei “mangia che stai sciupata” e anche di tutti quei piccoli atteggiamenti figli di una mentalità del Sud Italia che a volte possono infastidire ma che guardati da lontano fanno tenerezza e mancano, sempre di più.

E’ difficile riabituarsi alla vita in solitaria, perchè quando sei al mare, in quel posto che chiami Casa da sempre, non sei mai da sola. Ma poi pensi che nonostante tutto, dopo queste ultime 24 ore dove hai visto la vita di due persone che conoscevi spezzarsi improvvisamente in due diverse circostanze assurde, senti il corpo riempirsi di quella voglia di vivere “nonostante tutto”.

E forse l’unica cosa che avrebbe senso ora, in una domenica sera come questa, potrebbe essere anche solo una frase, che sia carezza e che prenda i contorni di un “E tu, come stai?

“E poi c’era Dario” – Racconti brevi

“Ha sbagliato lui!”

“Non è vero,

“Che tanto lo sanno tutti che a calcio non ci sai giocare”

“Smettetela! Non è vero, lasciatelo stare”

“Eh tu che vuoi? Perché lo difendi?”

“Non lo sto difendendo, voglio solo tornare a giocare”

“Io con quello non gioco, ci fa perdere”

“Nemmeno io ci voglio stare con quello in squadra”

Avevano tutti la stessa maglietta, quella bianca intervallata da strisce di pari misura ma di colore azzurro come il cielo in certi giorni d’estate, era la maglia del Napoli, simbolo di un’appartenenza che non misurava i confini della città, andava oltre quasi a legare col sangue. Avevano tutti lo stesso nome tatuato sopra la pelle di tessuto sintetico: recitava  Maradona ed in quegli anni era diventato un Santo a cui volgere le speranze, secondo solo a San Gennaro e al suo miracolo. Era il diciannovesimo giorno di un luglio dell’ultimo decennio del secolo e al Sud il sole faceva sentire la sua ingombrante presenza rimbalzando sui muretti a secco. Era pomeriggio o come la chiamano in certe parti del Meridione, era la controra quella dedicata al riposo delle membra stanche dalle fatiche della mattinata, l’ora del ristoro dalla calura estiva, in cui la pelle arrossata dal sole e dalla salsedine del mare s’acquietava al fresco delle lenzuola bianche in cotone. Controra e le teste leggere nelle strade di quella domenica di luglio. Controra e un pallone da calcio e l’impotenza nel riuscire a tenere a freno quella libertà che negli anni preludio d’adolescenza, ribolle dentro e che si declina con un crocevia di voci che s’accavallano e spingono.

Salvatore, Paolo, Francesco, Antonio, e poi lui c’era lui, Dario. Erano tutti li, schierati nella via sotto le rispettive case. Uno sguardo ogni tanto gettato in alto, verso il balcone, nell’attesa di non sentire il richiamo verso la tavola nella speranza di non dover chiedere ad un giudice decisamente poco clemente “ancora 5 minuti” per gettare forza e sudore sull’asfalto bollente. Si contendevano una partita che a vederla da fuori aveva tutti i connotati della finale della Coppa del Mondo e forse per loro lo era per davvero. E sapevano che in fondo non c’era nessuna coppa da sollevare tra le mani ad aspettarli al termine di quella gara, ma in ballo era in gioco qualcosa di più importante: il rispetto e l’orgoglio di saper giocare, da conquistare e tenere stretto pena la derisione e lo scherzo per i mesi a seguire.

Era domenica, era controra, era luglio e il sole troppo caldo ma la pelle no, non si bruciava. Non più ormai, non in quel periodo dell’anno. La prima scottatura e i primi rossori erano ormai lontani e ora il colore del sole lasciava spazio ad un rosso come quello che puoi scorgere tra gli ulivi in certe parti del Paese. Il caldo non avrebbe fermato Salvatore, Paolo, Francesco, Antonio, Giuseppe.  E poi c’era lui, Dario a cui il calcio non piaceva poi così tanto. Lui preferiva saltare, avvicinarsi al cielo, guardare in alto: a salire c’è più speranza. Ma erano pochi quelli che la pensavano come lui, presi dall’imitare El Pibe de oro che ormai da anni faceva sognare generazioni e generazioni coi suoi goal. Faceva esultare il cuore caldo di una Napoli maltrattata e sciupata, tornando a far scorrere nelle sue vene il colore rosso del sangue partenopeo.

“Ora basta, sono stanco io vado a casa”

“Anche io, Salvo io dopo vado da Mimì, che fai vieni?”

“Si, ci vediamo al bar”.

Cià Uagliò

Fu un congedo breve, senza troppe cerimonie. Ognuno riprese i suoi piccoli tesori. Dario aveva il pallone. In realtà non era il suo, l’aveva preso da suo fratello più grande, partito qualche giorno prima per il campo estivo. Glielo aveva preso in prestito di nascosto, sapeva quanto ci tenesse a quel regalo di compleanno. Non era il solito pallone da calcio, era di una delle migliori marche in circolazione, con le cuciture che mettevano in risalto ogni parte del cuoio. Glielo aveva sempre un po’ invidiato quel regalo, seppure lui avrebbe preferito riceverne un altro tipo, di quelli che ti permettono di saltare verso il cielo, arrivare a toccare le nuvole o anche solo provare ad avvicinarsi. Non aveva i piedi buoni per correre in un campo da calcio, in compenso aveva quelli perfetti per saltare più in alto. Ma all’epoca non lo sapeva ancora e così, per guadagnarsi il suo piccolo posto nel gruppo aveva compiuto quel sovversivo atto di ribellione silenziosa di cui nessuno avrebbe mai avuto notizia. Riprese il pallone e lo mise sottobraccio, i capelli resi ancora più biondi dal sole dell’estate erano incollati dal sudore per metà del viso il resto della chioma invece, prendeva il diritto di farsi accarezzare dal vento caldo. Una canotta colorata, un paio di calzoni corti blu e le scarpe non adatte a giocare ai piedi: eccolo Dario in tutti i suoi 11 anni di coraggio.

S’avvicino al citofono mentre l’aria pian piano diventava immobile e sempre più densa di calore. C’era qualcosa di strano, qualcosa di non rivelato che incuteva un presagio. Tutto in strada era fermo,  mentre dalle finestre il vociare della televisione scandiva il passare del tempo. Era come se tutte quegli apparecchi parlassero all’unisono, scandendo il ritmo di una cantilena, intervallata ogni tanto soltanto dal rumore del motore di un Ciao. Suonò al citofono: nulla. Forse mamma lavava ancora i piatti in cucina. Suonò una seconda volta prolungando seppur di poco la pressione sul bottone. Nel frattempo girava la testa da una parte all’altra a guardarsi attorno, con un pizzico d’impazienza di chi odia aspettare. Attese qualche istante prima di riprovare per la terza volta, dopodichè sarebbe passato al piano B, affiancando il solito urlo “Maaaaaaaaaaaa” fin quando non l’avrebbe vista affacciarsi al balcone irritata dal richiamo. Riprovò ancora, questa volta con la determinazione di chi l’avrebbe avuta vinta. Decise di mantenere una pressione costante e prolungata sul piccolo interruttore che metteva in comunicazione l’ingresso del palazzo a quello della sua casa. L’insistenza ebbe la sua ricompensa: s’aprì il portone e la voce gli si ruppe in gola: pronto già a rispondere “apri”, Dario trovò un interlocutore muto dall’altro capo della cornetta. Salì le scale a tre a tre come faceva sempre, a volte provava anche ad allungarsi verso il quarto gradino, con le sue gambe lunghe non aveva problemi.

Arrivò sul pianerottolo, ad accoglierlo la porta di casa in noce scuro coi pomelli dorati aperta e una voce maschile proveniente dalla tv. Entrò spostando il pallone dal fianco alle mani, dando la precedenza a lui. Capì che nell’aria c’erano emozioni che si potevano con cui si poteva far male per questo, non richiuse la porta al suo solito modo, con un leggero colpo di tacco ma l’accompagnò con le mani richiudendola piano, prestando massima attenzione allo schiocco meccanico della serratura.

Camminò in avanti, a passi piccoli e incerti guardandosi attorno: gli occhi verdi spalancati, i capelli ancora bagnati dal sudore e il sangue che mescolava ancora l’adrenalina in corpo. Arrivò nel soggiorno e davanti a lui si aprì una scena mai vista prima. Suo padre volto scuro e occhi spalancati, osservava fisso lo schermo della tv, silenzioso e senza proferir parola. Sua madre era seduta sul divano, accanto al tavolino in cristallo con i piccoli dettagli dell’argenteria curata ed esposta a lucido, i capelli raccolti sul capo, un vestito a fiori e le mani che cercavano di sorreggere il suo viso attonito. Sullo sfondo, ad interrompere il vociare del giornalista televisivo, il ferro da stiro posizionato sull’asse che rovente emetteva sbuffi di vapore quasi a voler avvisare tutti i presenti della sua esistenza.

Dario osservava uno ad uno tutti quei dettagli, in un ping pong di sguardi che rimbalzava dal volto di sua madre a quello di suo padre passando poi dall’immagine del ferro da stiro sbuffante ai baffi del giornalista televisivo. Non capiva o semplicemente, non sapeva. Non ancora. Cosa mai avrebbe potuto turbare la domenica pomeriggio di un ragazzino di undici anni se non la signora del primo piano che si lamentava del troppo baccano in strada? Oppure la solita scorribanda dei bulli di quartiere, desiderosi soltanto di rompere la tranquillità del pomeriggio con scherzi e prese in giro?

Poche immagini, molta confusione, volanti della polizia, sirene entravano prepotenti nello spazio familiare. Era successo, di nuovo. L’avevano fatto, ancora. Ci erano riusciti un’altra volta a rompere il sottile filo della tranquillità ad arrogarsi il diritto di decidere la fine della vita di chi aveva fatto della Giustizia la sua missione. Nel piccolo schermo passavano veloci le immagini di quello che accadeva li, in Sicilia, a Palermo in via D’Amelio, dove ora sorge un ulivo a ricordare quella domenica di luglio. Era una catastrofe per l’Italia, per la gente onesta, per le generazioni che muovevano in quel momento i primi passi nella legalità, che imparavano a conoscerla a discernerla ogni giorno nel loro piccolo vissuto quotidiano.

Attoniti e con lo sguardo perso e le bocche serrate da smorfie di disapprovazione, rabbia, dolore e perdita, trascorsero così i minuti successivi. Con la speranza appesa ad un filo e la fiamma dell’ingiustizia che ardeva, quel giorno milioni di persone oneste da ogni angolo del Paese, assistevano in diretta all’ennesimo tradimento dei quei valori che sanciscono il nostro diritto di esseri umani.

E fu così che quel giorno gli occhi verdi di Dario si colmarono improvvisamente di realtà.

Fu così che quel giorno Dario capì che il mondo avrebbe potuto essere molto più spietato degli sfottò di Salvatore durante le partite nel parco sotto casa.

Fu così che quel giorno Dario vide assaporò per la prima volta quanto grande possa essere la distruzione ad opera dell’uomo.

Fu così che quel giorno Dario mise la sua prima pietra per diventare un Uomo.

 

– Racconto breve in un’estate calda – 

 

 

Lo specchio di Anita

Un andata e un ritorno in aereo, circa 5 ore di viaggio: questo il tempo impiegato per vivere la storia di Anita B., calzare i suoi sandali che calpestano i ciottoli di quella Roma che anche io ho vissuto. Questo il tempo per ritrovarsi tra le pagine di un libro (Se non ti vedo non esisti, Levante) comprato in un negozio dell’usato qualche tempo fa. I libri hanno un potere magico, ecco perchè non riesco a farne a me. Ti capiscono: ti prendono per mano e ti capiscono.

Ho vestito i panni di Anita B. per 260 pagine. Anche se in realtà ho vestito i suoi panni per un periodo di tempo indefinito, nella mia bolla scientemente costruita in cui fluttuavo nell’impossibilità di saper prendere una decisione, facendomi male, facendo male.

L’irrequietezza di Anita che prepara una valigia e parte l’ho vissuta sulla mia pelle e forse ancora ora continuo a mio modo a viverla, cosciente del fatto che sto meglio quando non sono ferma, quando testa e corpo viaggiano nella stessa direzione. Anita prepara una valigia e controvoglia ritorna. S’allontana per non decidere, per sfuggire al peso della sua infelicità, ma in realtà quello che vorrebbe è solo una scossa che le rapisca ogni pensiero, che la faccia ancora sentire viva con i suoi 30 anni, una relazione che ha preso la strada del silenzio e le maschere che indossa per dare a quell’amore, la parvenza di essere tale.

… tra le mani un bacio rubato e la malsana idea di condividere qualche grammo d’amore.

Quante volte mi sono sentita te, Anita. Quante volte ho dovuto masticare e mandar giù il boccone amaro del senso di colpa, quasi fossa cicoria amara (si direbbe dalle mie parti). Quante volte avrei voluto non cadere in certi sentimenti, fare scelte più ragionate, decidere senza farfalle nello stomaco. Quante volte avrei voluto tornare indietro, riprendermi quella persona che non ho saputo amare abbastanza.

Ci sono momenti nella vita di ognuno di noi in cui le scelte che facciamo sono il prodotto di una somma di emozioni, alla quale sottraiamo il buonsenso, moltiplichiamo per l’egoismo e dividiamo in parti uguali per tutte le volte in cui il risultato finale è lo stesso ed è sbagliato.

Ora che un’altra me abita questo corpo (per usare un espressione all’Anita), ho capito quanti errori e quanti sbagli ho fatto per evitare di scegliere o semplicemente per aver seguito l’istinto dell’amore senza ascoltarne le ragioni.  Avrei voluto crogiolarmi meno in quel turbinio di afasia che mi trascinava sempre più giù e aver preso la giusta decisione in tempo: forse ora non sarebbe stato tutto da buttare e ci sarebbe ancora una speranza.

Le mie cadute, invece, erano solo le conseguenze della mia disattenzione. Ero io che non avevo ancora imparato a guardare dove mettevo i piedi.

Ma l’altra me pensa anche a quante volte in certe situazioni, mi sono voluta poco bene e forse continuo ancora a volermene. Quanto sia difficile non riuscire a vivere solo col cuore, a spingere giù il dolore nel basso ventre come fai tu.

…raccolsi il mio dolore e lo spinsi, con tutta la forza che avevo, giù fino allo stomaco, ché sul petto mi mancava l’aria e di respirare avevo bisogno.

Anita s’è persa, e forse non si è ancora trovata. Ecco perchè lei è stata il mio specchio riflesso in quelle 5 ore che mi portavano dall’altra parte d’Europa. Mi ha regalato un autentica fotografia di quella che ero e di quella che sono. Quella che sarò, quelle che saremo, tocca solo a noi deciderlo. Per ora non ci resta che scavare nel più profondo dei pozzi e riempire tutti i vuoti con l’amore per Noi stesse.

Buon viaggio Anita. B., ci vediamo al nostro ritorno.

“Senza temere il vento e la vertigine”

 

Se penso al mio ultimo anno, ai momenti in cui sono stata davvero felice, nell’80% dei casi penso ad un viaggio, una partenza, una valigia da preparare. Sarà che il vivere senza “fissa dimora” per tanti anni ha modificato la struttura genetica del mio cervello e mi ha permesso di vivere da nomade per mesi tra Bologna, Milano, Roma e la mia terra, la Puglia.

Poi la vita ti cambia o semplicemente tu diventi grande. Trovi un lavoro, che ti piace e ti da vivere ma devi sempre barattare qualcosa: “non si fa nulla per nulla” ti senti ripetere. E allora cosa fai? Scambi la tua valigia per la sedentarietà. Certo si, ci sono i weekend fuori porta ma capite bene che non è la stessa cosa. E’ una boccata d’ossigeno, tipo quando da Milano arrivi in Liguria per inspirare un po’ di salsedine e provare a depurare i polmoni della tua vita metropolitana ma poi sai che il cronometro gira al contrario e devi ritornare tra le tue pareti di cartongesso dipinte male e il tuo pranzo riscaldato nel microonde. E’ un evasione con biglietto di ritorno.

Fortunatamente (o forse no) non per tutti è così e sapete? Un po’ li invidio quelli che non sentono l’esigenza di prendere una valigia, prenotare un volo o un treno e partire. Li invidio perché evidentemente hanno trovato un posto da chiamare casa, che alimenti la loro quotidianità in maniera sana. Quando ti sradichi controvoglia dalla terra che ti dà l’energia, quando l’orizzonte che vedi non è mai quello che vorresti guardare, quando nell’aria non senti l’odore del mare (al massimo quello del concime dei campi), quando non senti parlare la lingua che vorresti, quando sei in mezzo a tutto questo, altro non puoi fare che continuare a cercarlo. Ovunque. E allora stare fermi diventa una condanna.

Credo che probabilmente se avessi ancora il mio grande amore vicino a me (il mare), non parlerei così. Avrei tutto ciò che desidero, ma non ne sono sicura. Anzi, forse proprio perché sono sempre stata abituata ad avere l’orizzonte libero davanti a me che non percepisco la necessità di certi ostacoli e costrizioni alla vita, alla pelle, all’odore. E non sto ferma, se provo a starci mi dimeno come un pesce appena pescato e scaraventato sulla banchina, cercando il modo di ritornare nell’acqua salata a respirare.

Forse è questo è il destino di noi persone nate sulla sabbia, non trovare mai casa se non il riparo di una conchiglia, come un piccolo granchio che cerca di mimetizzarsi.

E così sono qui a preparare un’altra valigia, decisamente troppo piena di cibo e amore per gli amici che mi accoglieranno, quelli che sono la mia Famiglia da tanti anni. Quelli che mi hanno raccolto, amato, sostenuto nei momenti più bui e continuano a farlo. Quelli che ho voluto scegliermi come compagni del mio viaggio e che nonostante le distanze se provi a chiamarli, si voltano sempre a cercare il tuo sguardo.

E vado via da qui, mi prendo una pausa da questa casa che a volte mi sembra troppo piccola e asfittica, altre volte troppo grande per un cuore solo che vorrebbe avere qualcuno con cui condividerla. Prendo una pausa da me, da questi pensieri giganti che come meteoriti si bruciano al solo contatto con l’atmosfera calda di certi sentimenti indefiniti.

Ora vado, le cose da fare come sempre sono troppe, il tempo corre e io sono un po’ come il Biancoconiglio. Chiudo la valigia, cerco di non dimenticare nulla e porto con me il sorriso migliore da regalare.

Futura

Dicono che quando il tuo corpo cresce si prova dolore, che le ossa iniziano a far male, che il fisico cambi improvvisamente. Effettivamente per noi donne è cosi: arrivate ad un certo punto della nostra vita è cosi. Ci si vergogna un po’ e spesso ci si sente cucite da un senso di colpa ma poi ben presto capisci che è solo la natura che fa il suo corso e tu vai avanti, lasciando da parte i desideri di quella bambina che, infondo, non ti abbandonerà mai.

C’è chi da ragazzina ha sempre avuto ben chiaro cosa sia aspettasse dalla sua vita adulta: una casa, un marito, un bel matrimonio e tanti bambini e magari anche un piccolo lavoretto. Conosco tante mie coetanee che, con dovizia di particolari, hanno progettato il giorno in cui, vestite del loro bianco preferito, avrebbero realizzato il loro sogno.  Alcune di loro l’hanno realizzato e hanno voluto condividere la gioia di quel momento con me che ero fiera di loro. Sarebbe falso ammettere che anche io desiderassi sognare lo stesso sogno da ragazzina.

Da bambina mi bastavano tante matite e pennarelli colorati per disegnare il mondo a mio modo e dargli il giusto tono, quello dei miei occhi troppo grandi e troppo castani. Da ragazzina preferivo dilettarmi a scrivere qualche poesia e avventurarmi in certi romanzi che raccontavano storie di amori difficili (ad esempio quello tra Jo e Friedrich in Piccole Donne) eppure, continuavo a non sognare e non immaginare il giorno in cui avrei incontrato il mio amore o messo al mondo una parte di me.

Mi sono sempre sentita una ranocchia fuor d’acqua (forse qualcuno ora ride) ma ho sempre preferito respirare la polvere dei sogni e l’inchiostro di Calvino, Pavese, De Luca, Isabel Allende piuttosto che vivere di quei sogni forse cosi normali per gli altri ma così difficili per me. E tutta la difficoltà rimaneva li, celata, segreta, non considerata. Stava li e si sedimentava poco per volta, amore dopo amore.

Negli anni a venire, ho amato, tanto. Ho donato Vita a chi la meritava e parti di me a chi non lo meritava. Ho baciato bocche che mi hanno lasciato sulle labbra il sapore dell’uva che cresce nei campi della Sicilia, ho accarezzato capelli che sapranno sempre di salsedine, proprio come i miei. E in tutto questo, mai l’ombra di un pentimento o un rimpianto. Ora, nonostante la mia caduta e i battiti irregolari, continuo a vivere, forse sbagliando ma sicuramente crescendo, consapevole che la forma del destino è quella di una sfera.

Infatti arrivata al culmine mi sono trasformata, convertita, ho iniziato a pensare che l’unica vita possibile fosse quella in simbiosi con l’Amore, pur tenendo ben impresso nella mente tutto il percorso fatto. Ho mescolato i fantasmi del passato, proiettando immagini che non appartenevano sul volto di un uomo in grado di prometter la luna ma lasciarti nel posto più buio della Terra.

Mi sono elevata tanto, forse ho toccato una stella una volta. E li sono emersi quei desideri cosi semplici, così normali. Forse, pensavo: “Ora sono pronta. È il momento per consacrare la mia vita ad un sentimento e generare dal mio grembo un frutto” Ma poi il percorso si è interrotto e la scala verso il cielo non aveva più gradini e l’equilibrio instabile mi ha fatto cadere.

I dolori dell’anima sono silenziosi, camminano a piccoli passi, ti sorprendono una sera di maggio quando il tuo volto è illuminato solo dalla luce blu dello schermo. Fanno male, ma per la prima volta fanno capire quanto in realtà tu stia crescendo e abbia iniziato a scrivere non una nuova pagina, ma addirittura un nuovo libro.

Lasciare da parte tutte le certezze crollate non è semplice. Ho tentato di rimetterle in piedi col nastro adesivo, ma non hanno retto, cosi ho scaraventato tutto per terra e ho preso un nuovo libro.
Oggi per la prima volta ho parlato di una vecchia Me e di una Me… in divenire. Mi è sembrato strano, ma incredibilmente vero.

Perchè la rabbia che ti porti dentro a 16 anni e l’irrequietezza dei 20 prima o poi muta, cambia forma e dimensione. E tu insieme a lei. E fatti posto dentro te, che c’è ancora tanto spazio per tanta nuova vita.