Futura

Dicono che quando il tuo corpo cresce si prova dolore, che le ossa iniziano a far male, che il fisico cambi improvvisamente. Effettivamente per noi donne è cosi: arrivate ad un certo punto della nostra vita è cosi. Ci si vergogna un po’ e spesso ci si sente cucite da un senso di colpa ma poi ben presto capisci che è solo la natura che fa il suo corso e tu vai avanti, lasciando da parte i desideri di quella bambina che, infondo, non ti abbandonerà mai.

C’è chi da ragazzina ha sempre avuto ben chiaro cosa sia aspettasse dalla sua vita adulta: una casa, un marito, un bel matrimonio e tanti bambini e magari anche un piccolo lavoretto. Conosco tante mie coetanee che, con dovizia di particolari, hanno progettato il giorno in cui, vestite del loro bianco preferito, avrebbero realizzato il loro sogno.  Alcune di loro l’hanno realizzato e hanno voluto condividere la gioia di quel momento con me che ero fiera di loro. Sarebbe falso ammettere che anche io desiderassi sognare lo stesso sogno da ragazzina.

Da bambina mi bastavano tante matite e pennarelli colorati per disegnare il mondo a mio modo e dargli il giusto tono, quello dei miei occhi troppo grandi e troppo castani. Da ragazzina preferivo dilettarmi a scrivere qualche poesia e avventurarmi in certi romanzi che raccontavano storie di amori difficili (ad esempio quello tra Jo e Friedrich in Piccole Donne) eppure, continuavo a non sognare e non immaginare il giorno in cui avrei incontrato il mio amore o messo al mondo una parte di me.

Mi sono sempre sentita una ranocchia fuor d’acqua (forse qualcuno ora ride) ma ho sempre preferito respirare la polvere dei sogni e l’inchiostro di Calvino, Pavese, De Luca, Isabel Allende piuttosto che vivere di quei sogni forse cosi normali per gli altri ma così difficili per me. E tutta la difficoltà rimaneva li, celata, segreta, non considerata. Stava li e si sedimentava poco per volta, amore dopo amore.

Negli anni a venire, ho amato, tanto. Ho donato Vita a chi la meritava e parti di me a chi non lo meritava. Ho baciato bocche che mi hanno lasciato sulle labbra il sapore dell’uva che cresce nei campi della Sicilia, ho accarezzato capelli che sapranno sempre di salsedine, proprio come i miei. E in tutto questo, mai l’ombra di un pentimento o un rimpianto. Ora, nonostante la mia caduta e i battiti irregolari, continuo a vivere, forse sbagliando ma sicuramente crescendo, consapevole che la forma del destino è quella di una sfera.

Infatti arrivata al culmine mi sono trasformata, convertita, ho iniziato a pensare che l’unica vita possibile fosse quella in simbiosi con l’Amore, pur tenendo ben impresso nella mente tutto il percorso fatto. Ho mescolato i fantasmi del passato, proiettando immagini che non appartenevano sul volto di un uomo in grado di prometter la luna ma lasciarti nel posto più buio della Terra.

Mi sono elevata tanto, forse ho toccato una stella una volta. E li sono emersi quei desideri cosi semplici, così normali. Forse, pensavo: “Ora sono pronta. È il momento per consacrare la mia vita ad un sentimento e generare dal mio grembo un frutto” Ma poi il percorso si è interrotto e la scala verso il cielo non aveva più gradini e l’equilibrio instabile mi ha fatto cadere.

I dolori dell’anima sono silenziosi, camminano a piccoli passi, ti sorprendono una sera di maggio quando il tuo volto è illuminato solo dalla luce blu dello schermo. Fanno male, ma per la prima volta fanno capire quanto in realtà tu stia crescendo e abbia iniziato a scrivere non una nuova pagina, ma addirittura un nuovo libro.

Lasciare da parte tutte le certezze crollate non è semplice. Ho tentato di rimetterle in piedi col nastro adesivo, ma non hanno retto, cosi ho scaraventato tutto per terra e ho preso un nuovo libro.
Oggi per la prima volta ho parlato di una vecchia Me e di una Me… in divenire. Mi è sembrato strano, ma incredibilmente vero.

Perchè la rabbia che ti porti dentro a 16 anni e l’irrequietezza dei 20 prima o poi muta, cambia forma e dimensione. E tu insieme a lei. E fatti posto dentro te, che c’è ancora tanto spazio per tanta nuova vita.

Certe sere…

Certe sere finiscono cosi su un lento e sporco treno regionale vuoto direzione Bologna Centrale. Certe sere finiscono con una solitudine che si siede al posto accanto vuoto e le lacrime che riempiono gli occhi di sentimenti naufragati.
Certe sere pensi che non vorresti esistere, non essere più la ragazza che crede ancora che arriverà qualcuno a salvarla prima o poi, che infondo le favole esistono per cho ha ancora la forza di crederci.
Certe sere vorresti solo prendere in mano il telefono, comporre un numero e sperare che dall’altra parte, ci sia la voce della persona che desideri ci sia. In realtá ti guardi e hai solo la tua borsa e la tua solita valigia rossa, inseparabile compagna di viaggio al tuo fianco. Hai voglia di urlare a tutti un dolore che in realtà ti covi dentro; lo custodisci da anni, come fosse il tuo dono píù prezioso. Hai provato a cercare qualcuno che alleviasse quella pena ma ti sei resa conto che sei un diamante destinato a brillar poco, il tempo di una stagione.
Questo treno regionale percorre le rotaie troppo lentamente, non riesce ad assecondare il passo dei miei pensieri stanchi e monchi. Vorrei che fossi li ad aspettarmi, in un letto caldo da chiamare casa, solo nostro. Ma tu non sarai mai li. E io sono qui una sera di fine aprile a domandarmi perchè il mio cuore faccia fatica a sentirsi cosi. E intanto questo treno nella notte va e tu mi manchi sempre più mentre mi avvicino a te, all’aria che respiri ai sorrisi che doni agli sconosciuti.
E ricordami cosi, come quella ragazza che t’ha scritto dozzine di poesie d’amore, come quella che ti ha avuto nell’attimo stesso in cui ti ha perso. Ma ora sei dentro me, per sempre e questo folle cuore continuerà a battere nella direzione dei tuoi occhi.

Monologo con una S.

E poi s’attacca li “la Stronza“. Alcuni la chiamano Speranza, io invece, preferisco chiamarla col suo vero nome, che sempre con una “S”  ha inizio. Si lega come una corda al cuore e stringe. Tu ti stringi i pensieri, l’orgoglio e la ragione e loro si fanno si fanno sempre più piccoli.
Poi non è che t’avvisa.  Non è che scrive un Whatsapp, una mail, una lettera con l’Olivetti, una bolla papale, un incisione su pietra. No, non avverte lei, arriva li come l’ospite più indesiderato del mondo. Sta in agguato la Stronza e quando sei li, all’apice dello splendore, ricolmo di fiducia nel tuo self control (alla Raf degli anni ’80) eccola che spegne di nuovo l’interruttore della luce.

Prendi Dante per esempio. Si, proprio lui, il Sommo Poeta. L’hai preso? Ecco bene. Prendi Dante e rifletti sul fatto che almeno lui, all’inizio del suo viaggio nella scesa agli inferi fu avvertito: doveva lasciarla li quella vecchia Stronza, abbandonarla sul ciglio della porta d’ingresso. Non gli sarebbe servita a nulla nel suo viaggio e quindi, in quattro e quattrotto s’è messo l’anima in pace. Avrebbe potuto contare su tutte le sue forze e risorse eccetto lei.

Che se fosse sempre così, uno fa presto a regolarsi di conseguenza. Il problema semmai, ce l’hanno quelli che dicono: “Ah io ci ho perso le Speranze“.

Hopeless_(Lichtenstein)
Hopeless – Roy Lichtensten

Ecco, a loro mi viene da chiedere: ma siete proprio così sicuri? Vedete che quella è Stronza eh, ci mette poco a ritornare. E non solo torna, ma si prende anche un trilocale con giardino e piscina e sta li, non paga affitto, le tasse sulla casa; bollette. Ha pure la domestica che ogni tanto la rispolvera un po’, non si sa mai perda il suo smacco. E non invecchia neppure!

 
Che poi, sapete come funziona, no? Basta un attimo, ti giri, stai bene e il minuto dopo arriva lei che ti fa ciao ciao con la manina da lontano e zaaaac cadi. Cadi dalla sedia, dalle scale mobili, dalle radici secche delle tue convinzioni. E sei di nuovo tra le sue braccia o forse sarebbe più giusto chiamarle grinfie. Perché come nelle favole lei si trasforma: a volte è una bella principessa, altre volte eccola la strega cattiva. Non segue le regole di noi umani. Fa un po’ sempre come gli pare a lei. Insomma, non solo fa l’ospite ma è pure maleducata.

 
E allora vecchia Stronza, cosa vogliamo fare adesso? Sei tornata, ti sei seduta alla tavola dei sentimenti tra l’orgoglio e le emozioni e ti sei messa il tovagliolo sulle gambe. Si sta comodi? Ok, tra poco serviranno il pranzo, cosa preferisci? Una porzione di cuore caldo in salsa di sogni oppure vai subito alla crema di sentimenti con glassa di baci non ricambiati? Si sa, hai un debole per i gusti agrodolci e i sapori dolciamari. Ti conosco bene cara mia vecchia amica e proprio perché in tutto questo tempo ho imparato ad assecondare il ritmo del tuo passo, i tuoi gusti e le tue pretese, adesso ho deciso che ti dovrai alzare da quel tavolo a cui, spiacente, ma non sei stata invitata.

Cara mia vecchia Stronza, non conosco altra soluzione se non quella di provare a staccarti la spina, come se tu fossi uno strano aggeggio elettronico vecchio, polveroso ma ancora funzionante piombato qui dal passato. Magari ti taglio proprio il filo, cosi vediamo se provi a ridestarti dal tuo sonno. Senza corrente sarà più difficile non credi? Oppure posso provare con un insetticida Spry.

Cara vecchia Speranza Stronza (si ecco, potrebbe essere il tuo cognome, ti calza a pennello) la verità però è un’altra: tu non esisti e io sto soltanto parlando per l’ennesima volta col mio cuore solitario e in affanno.

Ecco come ti faccio sparire un ricordo

Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici.

Non lo dico io, ma Cesare Pavese nel lontano 1941 ne “La Spiaggia“. Lessi quel libro nelle prime giornate calde trascorse sotto l’ombrellone nella mia spiaggia, Piri Piri. Era la stessa estate in cui, solo qualche settimana più tardi, lo Scirocco fece il suo lavoro e mi sospinse fino al tuo porto in un pomeriggio di fine luglio. Mi entrò nel cuore velocemente quel libro come pochi altri racconti e romanzi sanno fare e fu proprio quella frase a legarmi indissolubilmente a quelle parole del passato. E’ vero, forse non bisognerebbe ritornare in certi posti se non dopo aver messo a riposo il cuore per tanto tempo e avergli dato abbastanza ossigeno da potergli concedere l’immersione in apnea.

Di tempo nel nostro caso, ne è anche passato relativamente poco ma a quanto pare ti è bastato per chiudere il passato nel cassetto e rifarti una vita con due occhi nuovi al mattino da guardare su quel cuscino al lato sinistro del letto quello (un tempo il mio posto). Io invece ho scelto di dormire al centro di un letto e tra lenzuola di nuovi colori che, per fortuna, non hanno mai visto il tuo corpo sdraiarsi sopra.

Oggi poi ho preso il coraggio di tornare nell’ultimo posto dove siamo stati felici, o meglio, dove io sono stata felice con te (perchè sono tante le cose che ho messo in discussione negli ultimi mesi e tra questa anche l’idea che avevo della nostra felicità).

Era luglio e c’era caldo (troppo secondo il tuo punto di vista, sopportabile secondo il mio che il mare ce l’ho nel sangue) e festeggiavamo i miei 28 anni. Io e te, che eri il mio regalo. Una giornata stesi al sole, una passeggiata tra le barche al tramonto, qualche foto (tra cui una che mi piaceva tanto), una cena di pesce in un ristorante li sul molo tra i turisti e i bambini che correvano da una parte all’altra del locale affollato. Semplicità, con te mi veniva facile immaginarla o anche solo pensarla.

IMG_20160716_204519

Ma evidentemente non è bastato. Sono passati mesi e me ne son fatta una ragione. Ho imparato a convivere con le tue maledette parole nella testa cercando di non farle diventare parte di me. Sono tornata li, per uccidere quel ricordo fatto di una bellezza troppo triste per essere ancora sopportata da questo cuore in affanno. Sono tornata li e detto sinceramente, mentre ripensavo a quei giorni non c’era assolutamente nulla che facesse eco dentro me, solo un profondo silenzio e vuoto, assenza di ogni forma di vita, di ogni sentimento. Non avevo caldo né freddo nel cuore, segno che certe ferite stanno lasciando il posto alle cicatrici. Sono tornata li e ho fotografato esattamente quel posto sul molo, quello in cui, ricordo molto bene, avevamo riso tanto e di gusto.

Ed è stato così che ora, di quel posto ho un nuovo ricordo bello che però non sa di te. E vado avanti per altre strade e direzioni partendo da alcune consapevolezze e soprattutto chiedendo scusa ad una persona importante: ME.

Chiedo scusa a me stessa per tutte le volte in cui ti ho permesso di farmi credere con le tue parole, di non essere abbastanza.

Chiedo scusa a me stessa per aver calpestato il mio orgoglio tutte le volte in cui ad ogni discussione ero io a deporre le armi anche quando avevo decisamente ragione, anche modificando il mio pensiero.

Chiedo scusa a me stessa per tutte le volte che t’ho detto di si quando volevo solo dirti di no.

E allora, dato che quella “Storia di una conchiglia” era nata da e con una poesia, sarà così che una volta per tutte dovrà finire. E a te, che me ne hai scritte a dozzine su quella Moleskine nera che ti regalai al nostro primo incontro (insieme al libro di poesie di Salinas, che conoscendoti avrai buttato come tutto il resto delle altre cose), ne dedico una: l’ultima. 

Abracadabra

Ridammi la mia vita,
i miei ricordi da bambina,
il profumo del mio bagnoschiuma preferito.
Ridammi la luce nelle giornate d’inverno;
ridammi i sogni che avevo nascosto nel cassetto del tuo armadio ordinato,
ridammi il piacere dell’attesa del venerdi sera
e già che ci sei anche i sabati sera a guardare film
il sushi d’asporto e la pizzeria dietro l’angolo.
Ridammi le conchiglie sulla mia spiaggia d’agosto
ridammi il gusto della marmellata al mattino
ridammi tutti gli episodi di The Walking Dead e anche quelli di Twin Peaks.
Ridammi indietro tutte queste cose
e poi finalmente
sparisci!

 

Voce del verbo Scegliere

“E’ la vita che comunque, a volte, sceglie per noi…”

Ho appena sentito pronunciare questa frase da una delle mie più care amiche a seguito di un discorso molto lungo e articolato che, come al solito, ha come protagonista le nostre storie d’amore (finite) e più in generale i sentimenti.

Sapete quando avete quella cosa proprio li, sulla punta della lingua e non vi viene assolutamente in mente come esprimerla? Ci provate e riprovate ma nulla. Poi d’improvviso, in un altro momento magari più lontano, eccola li, ce l’avete proprio davanti. La frase della mia amica, sbattuta così in faccia in una domenica sera qualunque, era proprio quella che cercavo per descrivere quello che sta accadendo.

Accade che le persone vanno avanti, sempre e comunque. E se non solo loro a deciderlo (o tu) quella cosa chiamata Vita e quell’altra chiamata Destino fanno tutto il resto e molto spesso, finiscono per fare di testa loro. Accade che poi, ‘sti social network (che mi danno da mangiare), ti rovinano un po’ certe giornate e ti fanno cadere nel loop di pensieri e nostalgie del passato e fanno partire quel magico film di “come sarebbe andata se…“. E fidati che non ne esci se non con un paio di bicchieri di vino e molti messaggi audio (che si trasformano in vere e proprie enciclopedie di audio libri) su whatsapp con gli amici che, da moderni filosofi razionalisti, ti fanno notare tutte le infinitesime ragioni per cui quella storia non è andata a buon fine (vero?).

Quante scelte e decisioni prendiamo durante la giornata? Decidiamo cosa mangiare a colazione: latte o the? Biscotti o Cornetto? Marmellata, crema o cioccolata? Poi decidiamo dove vivere, che lavoro fare, cosa studiare, con chi uscire, chi amare, con chi andare a letto (e con chi fare l’Amore) e così via. Decidiamo sempre e comunque, dentro fuori, Aut Aut. E quante volte sbagliamo? Errori di valutazione che in alcuni casi non costano nulla, altre volte possono costarti la voce di piccoli rimpianti che come un grillo parlante (soprattutto nelle sere d’inverno) torna a farti compagnia. La verità è che a volte, per quanto possiamo avere il controllo sulle nostre decisioni, su quello che è giusto e sbagliato, sarà sempre e per sempre una scelta del tutto contingente legata a quel preciso istante della tua vita. In alcuni casi, sarà il tempo a confermare che abbiamo fatto la scelta giusta, in altri invece, qualcosa ci farà inevitabilmente tornare indietro con la memoria la quale, soprattutto dopo tanto tempo, può restituirci ricordi falsati, al netto di tutte le cose negative ed enfatizzando quelle positive. In ogni caso, sappiatelo, fa male. E’ come quando da piccolo cadevi sull’asfalto mentre giocavi con gli amici per strada (da noi al Sud è così) e la mamma ti gettava sopra la ferita dell’acqua ossigenata: sul momento vedevi scendere gli angeli del paradiso con il sottofondo musicale della voce di tua madre che “non urlare, mo passa!”. Poi si formava subito la piccola patina bianca che col passare dei giorni si trasformava in crosticina destinata ad andar via da sola, una volta risanata la ferita. Se eri stato bravo, non sarebbero rimasti segni di quell’incidente, ma se il prurito non ti lasciava in pace e stuzzicavi quella piccola crosticina, il segno ti sarebbe rimasto a vita (come quello sul mio ginocchio destro) a ricordarti quel giorno e quella caduta.

Insomma, penso vadano un po’ così certe storie: ti entrano dentro, mentre altre ti escono fuori così, senza manco accorgertene. Le prime però ti segnano e ti cambiano. Ti fanno svoltare a destra quando tu invece volevi solo andare a sinistra. Ma poi passa. Si, con difficoltà, non senza una buona dose d’ansia e paura, ma passa.

E forse non sarà lo stesso sogno che avevi fatto all’inizio di quel viaggio. Forse avrai dovuto fare mille incubi prima di poter tornare a sognare, ma prima o poi andrai avanti e la fantasia tornerà ad alimentare la tua vita. Non sarai la stessa persona di prima, guarderai indietro e penserai a quanti sbagli hai commesso, al perchè hai perso quella persona che per te era tutto, a cosa potevi fare per evitare che si perdesse tutto nel mare della banalità. E non riuscirai a darti risposta, non perchè tu non possa, attraverso un esperimento di logica pura, darti delle spiegazioni concrete e reali. No, semplicemente perchè tra te e la tua testa c’è di mezzo la Vita e tutto ciò che l’attraversa che è spesso imprevedibile: delle volte ti mette davanti persone e occasioni a cui non avresti mai pensato altre invece, ti capita tutto al momento sbagliato. E come dice il mio amato Niccolò Fabi “e in mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno, e costruire è sapere e poter rinunciare alla perfezione“.

E allora teniamocele ben strette tra le mani queste vite imperfette, e impariamo a camminare a testa alta, perchè solo così il sole potrà tornare a scaldare la fantasia e i nostri sogni.

 

 

 

E la razionalità dove la metti?

A. è stato molto importante per me. L’ho amato e tanto pure, più di quanto effettivamente meritasse. E so che adesso sta leggendo queste parole. E lui lo sa che io lo so. E’ sempre stato così tra di noi negli ultimi 11 anni: poche regole non scritte, taciute all’ombra di una tastiera o una poesia. Ci siamo amati e anche tanto, ma non nel modo in cui speravamo. Ora è tutto diverso e l’amore si è trasformato in affetto e vicinanza emotiva. Ai più importanti bivi della mia vita lui c’è sempre stato, forse lui non può dire lo stesso di me ma va bene, è così. Lo sappiamo vero? Certo, di stronzo è stato stronzo, mi ha fatto soffrire e versare lacrime amare ma ormai sono passati troppi anni per ricordare quel dolore che col tempo si è dissolto, seguendo il normale decorso post operatorio dei patemi d’amore.

Devo molto ad A., le scelte, i percorsi di vita, le chiacchiere alle 3 del mattino da una parte e l’altra del Paese, le sue poesie, le mie poesie, la politica, le idee di Sinistra, la scrittura etc. Una parte di quella che sono oggi, è sicuramente frutto di quegli anni trascorsi accanto nella distanza, nell’assenza fisica, nel contatto di due sensibilità affini, anche nei momenti più cupi della disperazione. Anche quando lui credeva di non farcela. Anche quando io credevo di non farcela.

Oggi ripensavo ad A. o meglio, ripensavo ad una conversazione avuta anni fa con lui. Non ricordo più l’anno, il mese il giorno, ma ricordo benissimo quella conversazione. Mi fece un certo discorso a proposito di un certo film di De Crescenzo (Così parlò Bellavista) e di certi “uomini di libertà” e “uomini d’amore” (eccolo). E mi disse “Eli, tu vorresti essere una donna d’amore ma in realtà sei una donna di libertà. Non puoi volare più in basso di quanto tu non sappia fare“. Ora conoscendo molto bene A. so già che non si ricorderà sicuramente questa nostra conversazione ma io si. Nonostante le mie iniziali proteste sull’esser stata relegata a “donna di libertà” (che non sentivo assolutamente mia), ben presto mi resi conto che si, era così. Era il temperamento a parlare per me: sempre in costante fermento, evoluzione, cambiamento. Vivevo d’irrequietezza di istanti. Avevo un cuore inquieto ma allo stesso tempo avevo voglia di vivere l’ebrezza di quei miei vent’anni (non che adesso ne abbia molti di più, ma le cose sono ben diverse).

Oggi, a diversi anni di distanza da quel discorso, rifletto su quelle parole, su quelle due figure, “uomini di libertà” e “uomini d’amore” e non so più trovare un verso alla definizione che A. mi aveva proposto. No, credo di non esser più quella “donna di libertà” che A. mi aveva suggerito. Sono cresciuta, sono cambiata. Ho incontrato cuori che mi hanno rivoltato come l’aratro fa con la terra stesa al sole. Ho vissuto, ho fatto progetti, ho cambiato città, amicizie, lavori. Ne son passate d’emozioni dentro questo cuore e ho conosciuto la violenza e l’aridità di certi sentimenti. Ed eccomi qui, che da bruco son diventata farfalla e da donna di libertà col temperamento dei primi vent’anni, alla fine di questo decennio sento di essere più vicina all’altro polo.

Negli ultimi mesi, ho capito quali sbagli inevitabilmente ho commesso. Quante cose buone ho lasciato sfuggire tra le mani solo per il gusto di provare la libertà. Ma nonostante tutto, il senso di colpa non riesce a fagocitare il senso della vita. E’ che le cose che ci fanno star bene, seppur sbagliate, non riescono a lasciarci indifferenti. E così le portiamo avanti, un po’ come nelle favole, dove il bene trionfa sempre sul male. C’è da dire che “al vissero per sempre felici e contenti” io mi sono sempre rifiutata di crederci (anzi, penso che sia solo la più geniale trovata pubblicitaria che sia mai stata inventata), ma nonostante tutto credo che il cuore abbia sempre l’ultima parola in merito e che le emozioni, quelle vere, quelle che ti fanno sentire vivo, nonostante le costrizioni della mente tornino sempre li al punto di partenza. A volte si ricomincia, altre volte si è troppo stanchi per ripartire.

E allora io penso, che te ne fai della ragione se poi il cuore fa sempre un po’ come gli pare? Se ne va a zonzo, sorride quando dovrebbe essere imbronciato, corre quando dovrebbe camminare a passo lento. E la ragione insegue, prova a frapporsi come un ostacolo sui 100 metri. A volte ci riesce a farlo cadere, a fermarlo, ma poi lui riparte. Segue logiche non sue, scopre nuove isole, quasi ci rimette la pelle a nuotare nel vasto oceano dei sentimenti non compresi. Ma poi riemerge, affaticato, con qualche graffio, ma ce la fa, sempre.

No, non c’è risposta a tutto questo. Forse non saprò mai davvero se sono una “donna di libertà” o una “donna d’amore“. Forse sono entrambe le cose, dipende dal periodo, dalle persone, dai sentimenti. Che non possono essere spiegati, compresi e sviscerati, o meglio, non con la sola e semplice razionalità chirurgica.

E’ che forse ci vuole tempo.

Tempo per esser felici.

O quanto meno, il tempo per provarci. 

 

 

 

Cuore amaro (al 99,9%)

Questo è il primo anno, dopo tanti, che non trascorrerò San Valentino insieme alla persona che amo. E capirai – starete pensando in molti – a noi che ce frega? Non sei la prima, non sarai l’ultima e soprattutto non sei l’unica! E lo so, può non essere un argomento interessante, ma vuoi o non vuoi, è una riflessione che il periodo ti porta a fare. E allora io gioco d’anticipo, visto che ho dovuto già toccare l’argomento per lavoro (il mestiere del copywriter porta conseguentemente ad “odiare” ogni festività durante l’anno), e faccio una riflessione sulla famosa festa di quelli che, in teoria, dovrebbero essere innamorati. E’ vero, sicuramente in Italia sono in compagnia di altre 7.999.999 persone che si trovano nella mia stessa situazione e che alla soglia dei trent’anni, vivono in complesse situazioni sentimentali al limite di un copione di Ionesco e del suo Teatro dell’assurdo.

Una volta un mio caro amico molto più grande e saggio di me, al secondo bicchiere di birra mi disse “Il tuo problema è considerare le relazioni sempre in maniera monocromatica, o bianco o nero, ignori invece le tantissime sfumature di grigio” (ogni riferimento a fatti, cose e opere è assolutamente casuale, ve lo giuro!). Non capivo quelle parole, così come non le avrei continuate a capire nei mesi successivi, tenendo in piedi storie attaccate al respiratore artificiale con scariche di adrenalina e flebo di soluzione salina. Poi però si cresce, si matura, si incontrano altre persone, il lavoro ti porta lontano e anche le relazioni cambiano modellandosi sulla base del momento, della persona che abbiamo di fronte, delle complicazioni che inevitabilmente ci sono e ci saranno sempre.

Negli ultimi anni ho imparato a fare una cosa che prima mi era quasi totalmente impossibile e paralizzava ogni mio pensiero. Ho imparato a scegliere. Si o  No. Dentro o fuori. Avanti o indietro. Sempre e comunque ho scelto, sbagliando il più delle volte, ma ho scelto di vivere quello che volevo vivere, che mi rendeva felice che mi regalava la bellezza. E mi sono fatta male, si è vero. E ho pianto sulle spalle degli amici, ho perso il sonno, ho letto libri per ritornare a sognare e ho scritto tanto. Perchè anche questo è amore, anche questo è amare.

Ho lasciato il certo per l’incerto, un amore sicuro e stabile barattato con la violenza dei sentimenti che ti prendono e ti fanno toccare il cielo con un dito, fino a sprofondare nella tristezza dell’ennesimo bicchiere di vino (salvo poi mandare messaggi su Whatsapp ai diretti interessati, l’ABC delle cose da non fare in queste situazioni, un genio insomma!). Ho scritto lunghe lettere d’amore che custodisco e ogni tanto rileggo col sorriso, ho preso aerei e treni per raggiungere l’altro capo del Paese e vivere le mie emozioni, come la bellezza di un’estate. Ho collezionato libri di poesie (Pessoa, Salinas, Montale), dormito in scomode stanze d’albergo che s’accendevano di luce e sorrisi, ho pianto lacrime  di bellezza. Ho vissuto, si ho vissuto. Nonostante le macerie del cuore ho vissuto barattando qualcosa, perdendomi dell’altro. Non pentendomi, ma immaginando sempre “cosa sarebbe successo se…”. Perchè si tratta sempre di fare una scelta e non sai quale sarà quella giusta o quella sbagliata.

E allora, a quasi 10 giorni dalla Festa dell’Amore io voglio augurare un buon San Valentino:

… A chi ha perso l’amore della sua vita per uno sbaglio, un terribile errore, una scelta inopportuna;

…A chi si è fatto scappare l’occasione di vivere finalmente una felicità seppur temporanea e passeggera, come solo lei può esserlo;

…A chi sceglie di vivere nonostante i brutti scherzi che il destino a volte decide di giocare;

…A chi ha donato amore a persone che non lo hanno mai ricambiato;

…A chi crede negli amori impossibili;

…A chi crede negli amori possibili;

… A chi nonostante tutto ama “in direzione ostinata e contraria“.

…A tutti noi che abbiamo conosciuto il lato amaro dell’amore (che se fosse una tavoletta di cioccolato sarebbe l’extra fondente al 99%). A Noi che nonostante tutto continuiamo a crederci nella bellezza di questo sentimento anche quando abbiamo provato con più frequenza la brutalità di cui solo esso è capace. A noi che ci sentiamo guasti, pieni di difetti, sentimentalmente anoressici o al contrario bulimici d’attenzioni. A noi che gli equilibri ci destabilizzano e a tutti quelli che sognano sempre quel cielo blu che si può trovare solo oltre le nuvole o nel mare.

Innamoratevi!